Le Nano Macchine

Normaldeide
“Le Nano Macchine”


Era stata una notte piuttosto lunga, anche se, a dire il vero era una situazione che andava avanti ormai da oltre sei mesi e la cosa cominciava a pesargli oltremisura. Poteva imboscarsi come facevano in molti, ma qualcuno doveva se non altro, mantenere una certa parvenza nel rispettare le regole, così si era ritrovato più volte, per sua scelta a fare il turno di qualcun altro. Non era una vera e propria indecisione, ne una forzatura, si ritrovava tutte le volte a ricoprire la carica di volontario solo perché lo preferiva allo stare sveglio tutta la notte, continuando a rimuginare sulla speranza di non avere conferma, riguardo certe voci che ormai si erano diffuse tra la gente. Voci che a quanto pare davano per certo che un nuovo tipo di nano segugio, molto più evoluto del precedente, era stato progettato dalle nano macchine e che in breve avrebbe messo fine, una volta per tutte al conflitto. Potevano essere solo voci, un trucco delle nano macchine tanto per innervosire il nemico, dicerie di qualche predicatore girovago che predicava l’imminente fine del mondo o magari era solo la verità, non lo sapeva nessuno con esattezza e quella, era una situazione del tutto inaccettabile, anche se, non c’era mai stato un dispaccio ufficiale in proposito e nessuna missione era mai stata inviata in cerca di prove, per smentire o confermare tali voci.

Avevano impiegato più due anni, per mettere a punto un’arma efficace, che potesse distruggere i nano segugi e se quelle notizie erano vere, la cosa poteva diventare un problema da non sottovalutare. La maggior parte delle vittime infatti, erano da attribuirsi proprio ai nano segugi, macchine infallibili e micidiali, un avversario molto potente e privo di scrupoli. Una volta acquisito un nuovo bersaglio, non te lo scrollavi più di dosso, o lo distruggevi o era lui ad eliminare te. Il primo modello di nano segugio, era apparso circa dieci anni prima e fu il primo meccanismo costruito completamente dalle nano macchine, dopo aver preso il controllo del pianeta. Era l’anno 2039.
Quali fossero le intenzioni delle nano macchine, fu una cosa chiara fin da subito. Dopo aver preso il controllo dei sistemi informatici principali, causarono l’esplosione di tutte le centrali nucleari del pianeta. La radioattività emessa nell’atmosfera, provocò in meno di un anno un miliardo e trecento milioni di morti. Poi, quando il peggio sembrava essere passato, seguì un secondo attacco su larga scala con armi biologiche, che provocò la morte di quasi tutte le forme di vita vegetali del pianeta. L’ossigeno e la vegetazione non erano requisiti necessari per il funzionamento delle nano macchine. La distruzione di quasi tutte le foreste del pianeta, causò in breve tempo la morte di gran parte degli animali e di conseguenza il collasso totale per il mantenimento della vita. Solo pochissimi esemplari furono messi in salvo, custoditi in luoghi sicuri, sotto stretta sorveglianza dai pochi esseri umani rimasti che combattevano per la sopravvivenza del genere umano. In due anni le nano macchine erano riuscite in quello che gli esseri umani avevano sempre sfiorato ma non avevano mai raggiunto, l’estinzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta.
Dopo l’attacco biologico, gruppi di sopravvissuti organizzati alla meglio, vagavano senza una meta ben precisa per tutto il pianeta nella disperata ricerca degli ultimi superstiti, di un mondo ormai morente. Le mutazioni ambientali dovute alla nube radioattiva, le epidemie esplose su tutto il pianeta per i corpi in decomposizione, la presenza dei nano segugi intenti a perlustrare ogni angolo del pianeta in cerca di esseri umani da eliminare, rendevano la vita impossibile a coloro che non facevano parte di un gruppo.
Era nella squadra di esploratori ormai da diverso tempo e solo in qualche occasione del tutto eccezionale aveva avuto modo di salvare qualcuno. I nano segugi oltre ad essere micidiali, avevano se occorreva al loro seguito, una schiera infinita di nano macchine pronte a sferrare qualsiasi tipo di attacco. Una volta ricevuta la richiesta d’aiuto, le squadre di soccorso dovevano intervenire in un lasso di tempo che non superava i quattro minuti, tempo necessario alle nano macchine di inviare eventuali rinforzi. Un tempo brevissimo comunque, se si considera il fatto, che gli spostamenti erano resi ancora più difficili data la scarsità di mezzi e risorse umane.
Il più delle volte, le missioni di soccorso si riducevano nel seppellire i corpi delle vittime e al recupero di qualche nano macchina, tanto per capire se erano state apportate delle modifiche più recenti, visto che in fatto di efficienza erano davvero insuperabili.
Cosa spingesse le nano macchine, con così accanimento, nel perseguire un fine così tremendo e capillare nei confronti dell’essere umano, non fu mai capito esattamente. Molte congetture, ma niente di sicuro, nessun scienziato è mai stato in grado di affermare con certezza che il comportamento delle nano macchine era frutto di un ragionamento cosciente, più umano che tecnologico. Prodotto di un elaborato processo di nano tecnologia operavano spinti dalla sola razionalità dei loro compiti ovvero migliorare e curare. Almeno questi erano i motivi per i quali erano stati creati. L’unica cosa certa è che, per un inspiegabile motivo le nano macchine avevano decretato la nostra distruzione come unica soluzione che garantisse loro di progredire. Molto probabilmente non fu una vera e propria decisione molti lo considerarono un “naturale processo di sopravvivenza del più forte” applicato a qualcosa di non naturale. Sono il frutto dell’ingegno umano, e forse, era proprio il nostro ingegno, che le nano macchine temevano di più. Da qui, la decisione di eliminare ogni essere vivente non era che il risultato inevitabile di un processo logico.
L’arroganza umana aveva inconsapevolmente dato troppo potere a qualcosa che con il passare del tempo aveva sviluppato una sua volontà, una sorta di ragionamento artificiale indipendente, in grado di prendere arbitrariamente delle decisioni e di adeguarsi ai diversi cambiamenti nel perseguire un fine ben preciso, migliorare e progredire e in questo l’essere umano non era che d’intralcio. Sta di fatto che in un modo o in un altro, le nano macchine per qualche motivo si erano coalizzate contro un solo nemico, l’essere umano, ormai costretto a vivere nascosto, completamente soggiogato dalla supremazia schiacciante delle nano macchine e della loro freddezza.
Era una nuova alba. Forse portava con se nuove speranze o forse era solo l’ultima alba, quel giorno in ogni caso lo avrebbe scoperto.
Aveva appena finito il suo turno da volontario che stava già pensando al prossimo. Doveva percorrere tutto il perimetro del muro di cinta per raggiungere la scala che lo avrebbe condotto dal resto dei suoi compagni.
Si trovava all’interno di un vecchio monastero abbandonato, resti di un mondo ormai passato, che era stato convertito in roccaforte e campo base, dal suo gruppo. Arroccato tra le montagne, dall’aspetto ormai in sfacelo, si era comunque dimostrato un buon rifugio contro i nano segugi, le mura di spessa roccia garantivano inoltre, un buon riparo sia dal freddo esterno sia dalle piogge acide non che, dalle fortissime raffiche di vento che di tanto in tanto sferzavano per tutta la zona. Da due anni ormai, quel posto era diventato la sua nuova casa.
Centinai di metri più in basso, ai piedi della parete rocciosa, i grandi argini di un fiume che ormai non scorreva più, squarciavano completamente la vallata, come una lunga ferita mai rimarginata. La vegetazione completamente assente permetteva di estendere la visuale oltre il normale. Era possibile vedere se qualcuno o qualcosa si stava avvicinando da parecchi chilometri di distanza. Il terreno, secco, arido, spaccato come la corteccia di un albero, riempiva brevi spazi, tingendo di un lieve marrone l’immensa macchia del colore grigio della roccia, che si estendeva a perdita d’occhio in tutte le direzioni. Unico punto di accesso, una strada, attraversata ormai solo dai ricordi, spaccava l’immensa macchia grigia per centinaia di chilometri, fino a perdersi all’orizzonte. Era impossibile avvicinarsi senza essere visto. La cima del campanile, rappresentava il punto più alto per molti chilometri. Un potente binocolo montato su di un cavalletto e una sedia traballante rappresentavano per lui, da un paio di mesi, l’unico motivo di vita.
Ore e ore a scrutare il nulla, aspettando e sperando.
Di gente che passava ne aveva vista molto poca. A parte i convogli scortati e i gruppi in avanscoperta, nessun nuovo superstite aveva più percorso quel tratto di strada ormai da molti mesi. I segugi, quelli si che se ne vedevano. Strumenti di morte racchiusi in strane macchine dalle mille forme, percorrevano periodicamente tutta la zona scrutando e cercando tracce, segni di esseri umani. Avevano un solo scopo, trovare e uccidere tutto quello che non era come loro. Le nano macchine erano diventate la razza predominante e i cambiamenti necessari per garantire loro lo sviluppo proseguivano incessantemente. Tutto era programmato e controllato da un’unica mente centrale. Macchine, controllate da macchine, che costruivano altre macchine. Un processo continuo, una catena di montaggio dalle proporzioni gigantesche che non aveva mai fine.
Con l’efficienza delle formiche e la forza di una macchina i cambiamenti proseguivano vistosamente. Molte aree erano state convertite. Strutture dalle strane forme e dagli scopi più disparati, crescevano un po’ ovunque su tutto il pianeta e più le nano macchine avanzavano, più il pianeta moriva a beneficio del loro sviluppo.
Le città di tutto il mondo erano state abbandonate e lasciate al loro destino. La dove cera confusione e vita, ora regnava il silenzio più assoluto. La dove cera luce e colore, ora regnava l’oscurità e tutto era grigio, morto, arido.
In alcune zone le condizioni ambientali, sotto il completo controllo delle nano macchine, erano di per se una barriera sufficiente a scoraggiare tutti coloro che volevano inoltrarsi in terre proibite. Per coloro che intendevano farlo, dovevano anche affrontare un’infinità di pericoli che le nano macchine rappresentavano. Una cappa rosso fuoco con striature sull’arancio, erano il marchio di riconoscimento delle aree controllate dalle macchine. Una barriera di morte, invisibile, sovrastava tutta l’area. Al suo interno l’ossigeno era quasi nullo e la temperatura era molto al di sotto del sopportabile. Qualsiasi missione all’interno delle aree controllate rappresentava un suicidio in piena regola. Ogni forma di trasmissione era sotto il controllo delle nano macchine e qualsiasi trasmissione radio era da considerare solo come ultima risorsa, quando la fine era inevitabile. Oltre a svelare la propria posizione, si rischiava di svelare anche quella del campo ricevente. Senza comunicazioni, l’unico modo di avere informazioni e mantenere la sicurezza, era quello di sperare che la pattuglia di turno facesse ritorno al campo base.
In un mondo popolato dalla tecnologia, l’unico modo di comunicare rimasto agli esseri umani, era il sistema più antico del mondo, il passa parola. In un mondo dove la tecnologia aveva accorciato le distanze, i chilometri erano diventati anni luce e la voglia di comunicare con qualcuno era all’ordine del giorno, un desiderio inconscio, che ognuno si portava dentro ormai da troppo tempo. La voglia di sapere, più volte era stata causa di perdite all’interno di diversi gruppi. Molti dei suoi amici infatti, avevano perso la vita proprio tentando di raggiungere altri gruppi, vittime dei nano segugi o di qualche nuova diavoleria delle nano macchine.
Il vecchio portone che conduceva all’interno del monastero era stato sostituito con uno più energico. Alcuni centimetri di acciaio erano sufficienti a sbarrare la strada anche ad un nano segugio, quel tanto almeno per potersi organizzare. Il colore freddo e opaco del metallo non compensava certamente la bellezza del legno, ma se non altro si evitava di essere colti nel sonno all’improvviso e con la guardia abbassata.
Aveva aperto e richiuso quella porta centinaia di volte aveva anche partecipato a logorare ulteriormente, i vecchi scalini già deformati nella roccia, ma nonostante tutto le notizie non mutavano ormai da mesi. Erano passati infatti cinque mesi dall’ultima missione e da allora non si avevano più notizie dal campo base a loro più vicino. Era distante un centinaio di chilometri dal monastero, ed era conosciuto come la “Tana”. Costruito interamente sotto terra, era uno tra i tanti laboratori, un tempo controllato da quello che era conosciuto come esercito. Veniva usato per sviluppare nuove armi e bombe sempre più efficienti, tutto ovviamente per garantire la pace e la continuità della specie. Ora invece garantiva un rifugio e una protezione a più di seicento famiglie, che dovevano lottare veramente per la continuità. Il suo gruppo era meno numeroso, erano appena in duecento e non vi era nessuna famiglia, rappresentava l’avamposto di guardia e tutti coloro che ne facevano parte, avevano perso tutti i loro familiari in un modo o nell’altro, chi più, chi meno avevano tutti sicuramente qualcosa da rivendicare contro le nano macchine, anche se, chi non ne aveva.
La luce era ancora tremolante, segno evidente che il generatore continuava a fare i capricci. Era un vecchio generatore solare ma aveva sempre fatto il suo lavoro, fino a qualche settimana prima, quando all’improvviso, un paio di componenti elettronici erano saltati, lasciando tutta la base al buio per un bel pezzo. Il tecnico responsabile li aveva sostituiti con qualcosa di analogo, di fortuna, ma da allora non era più lo stesso generatore. Se il consumo saliva troppo, le luci cominciavano a tremolare e il più delle volte saltava tutto. Spense un paio di luci, lasciando che l’oscurità alle sue spalle riportasse tutto, sia il vecchio, che il nuovo, allo stesso stile. Scatole e arnesi erano sparsi un po’ ovunque e di tanto in tanto qualche branda rompeva la monotonia delle attrezzature. Tutto il materiale elettronico era tenuto sotto strettissima sorveglianza. Nel nuovo mondo, quel poco che possedevano era tutto quello che potevano sperare di avere. Non esistevano i pezzi di ricambio, così come non esisteva più nessun tipo di carburante. Le raffinerie, i pozzi di petrolio e le centrali elettriche, furono i primi obbiettivi a finire sotto il controllo delle nano macchine. Interrotto l’afflusso di carburante, gli stati consumarono le riserve in brevissimo tempo. I pochi mezzi a disposizione rimasti quelli ad energia solare, non potevano essere usati liberamente per non essere scoperti dalle nano macchine e a parte le gambe, non esisteva nessun altro modo per spostarsi, in ogni caso, nulla che garantiva una minima protezione dalle nano macchine. Chi parlava, chi dormiva, chi mangiava un pezzetto di razione, chi era intendo a radersi, chi pianificava rivolte mondiali per trionfare sulle macchine, chi pensava con gli occhi persi nel nulla, chi guardava qualche foto di qualcuno che non c’era più, chi scorreva con nostalgia vecchie pagine, ormai consumate per il troppo lavoro, di paesaggi, fiumi e montagne alberate, tutte cose di un tempo andato. Qualcuno meno forte, portava ancora sul volto, i segni evidenti della sofferenza per la distruzione e la morte.
La paura di essere scoperti era una realtà che incuteva timore e ansia a tutto il gruppo. Un assalto in piena regola avrebbe messo a dura prova le misere forse presenti nell’avamposto, anche se ben armati e motivati. Un attacco di media potenza, da parte delle nano macchine rappresentava l’invio di minimo, setto, ottocentomila unità. Troppe anche se ben armati. Le nuove armi a impulso funzionavano bene, ma le macchine avevano dalla loro il numero e il fatto di non provare nessun rimorso per i caduti.
Aveva preso parte ad uno scontro un paio di anni prima, in una base non molto lontana. Le nano macchine avevano scoperto la posizione di una base, per un errore di un capo pattuglia, che aveva usato la radio un po’ troppo sconsideratamente. Nella base c’erano duemila persone, tra soldati e famiglie. C’era anche lui.
L’attacco durò tre giorni ininterrottamente. Un fiume di congegni articolati dalle mille forme assaltò il campo base con la forza di una piena. Le armi a impulso sparavano continuamente giorno e notte. Alla fine della battaglia, le nano macchine avevano ucciso o catturato trecentoquaranta persone tra soldati e civili mentre i congegni distrutti erano incalcolabili, alcune stime parlarono di un milione, un milione e mezzo di congegni nano tecnologici distrutti. Poi all’improvviso, così come era cominciato, tutto era cessato e da allora non c’era stato nessun altro attacco in quel campo base. Lui ne era uscito incolume, ma le immagini dell’assalto, le ondate successive delle macchine che avanzavano erano ancora molto vive nella sua mente. Erano immagini prive di sangue, ma il rumore del metallo che si contorceva, che esplodeva, misto all’odore delle scariche elettromagnetiche, rendevano quelle immagini così pungenti e spigolose, rendendo ancora più assurdo quel conflitto così inumano.
L’aria era un po’ più fredda di quella esterna, ma almeno era meno inquinata. Il filtro depurava l’aria continuamente e il flusso d’aria fresca, quasi gelida delle volte, era percettibile in qualsiasi punto all’interno del monastero. Per tutti coloro che dovevano inoltrarsi all’esterno invece c’erano le maschere regolamentari, usate un tempo dai militari contro gli attacchi batteriologici o nucleari. Offrivano una buona difesa, ma erano scomode e ingombranti, per non parlare della visuale, molto ridotta. In dotazione avevano anche un fucile a impulsi elettromagnetici con quattro batterie a fusione per la ricarica e un cannocchiale all’infrarosso. In alcune missioni, venivano forniti anche di granate ad impulso molto potenti, ma difficili da realizzare senza la giusta attrezzatura e quindi usate solo negli scontri più cruenti.
Avanzava lungo il corridoio, lo scricchiolio degli scarponi sul mattonato scandiva i suoi passi mentre la cinghia del fucile tintinnava sul metallo della canna, emanando un suono simile al ticchettio di un orologio.
Le pareti avevano perso completamente il decoro e lo splendore originale di un tempo. In alcuni tratti emergeva un lieve contrasto di colori, segno evidente che un tempo qualcosa di più colorato e vivo doveva adornare quelle pareti. Molto probabilmente venne tutto distrutto dopo le esplosioni delle centrali nucleari, forse vittima di qualche sciacallo che durante la fuga, ancora sperava in qualche profitto o forse, tutto quello che poteva mancare in quel monastero era custodito da qualche parte, chissà dove dentro qualche bunker sotto terra. Non che la cosa aveva molta importanza, ma quelle ombre lasciate da quadri e drappeggi sui muri, non facevano che rimarcare che qualcosa era cambiato per sempre. Se avrebbero vinto o no la battaglia con le nano macchine il mondo così come lui lo ricordava, non sarebbe più esistito in ogni caso. Tutto quello che ricordava, tutte le cose che un tempo rendevano ricco e fertile il pianeta erano scomparse per sempre e nessuna vittoria avrebbe cambiato questa realtà. Comunque andavano le cose, l’essere umano ne sarebbe uscito sconfitto, ridotto sull’orlo dell’estinzione, con un pianeta morente. Se tutto quello era colpa delle nano macchine, era una domanda che in molti si erano posti e molti continuavano a farlo ogni giorno. Forse le nano macchine avevano solo accelerato un processo, che l’uomo con la sua ignoranza aveva innescato molto tempo prima. Quella realtà così lontana dal poter essere considerata vita, era l’eredità lasciata da una civiltà che in tutta la sua intelligenza aveva contribuito a creare. Tutto quel sapere accumulato per secoli, non era servito a niente, le guerre passate, non erano servite a niente, il potere e la ricchezza accumulata non era servita a niente, le malattie e le sofferenze patite dai popoli, non erano servite a niente. Era stata la bramosia del potere a far si che le nano macchine prendessero il controllo del pianeta e quella, era una realtà che conoscevano tutti i sopravvissuti.
Era giunto nei pressi della scala che conduceva ai sotterranei del monastero. La erano stipate la maggior parte delle scorte alimentari e le munizioni, che di volta in volta venivano recuperate durante le missioni esplorative. C’era anche la sala operatoria e i letti per i feriti. Tutto al sicuro, nascosto tra i cunicoli dei sotterranei che si snodavano per diverse centinaia di metri, all’interno della montagna. Erano visibili le cariche esplosive piazzate sui cardini della porta e lungo quella parte di corridoio. In caso di attacco, qualora il monastero fosse finito in mano del nemico, il gruppo poteva ripiegare nei sotterranei, le cariche esplosive infine avrebbero sigillato l’ingresso principale con tonnellate di roccia. Avevano impiegato sei mesi, per scavare un corridoio che uscisse dall’altra parte della montagna. Chi aveva costruito quei sotterranei, di certo non aveva la necessità di scavare un’uscita che si affacciava sul nulla. Un crepaccio alto quanto la montagna la spaccava completamente in due formando un baratro che si perdeva fin dove occhio arrivava, giù giù, nei meandri bui delle fondamenta della terra. Dalla cima del campanile, era visibile l’ampio squarcio alle spalle del monastero, che di netto attraversava e spaccava in due la valle. Quella parte della montagna doveva essersi staccata in seguito a qualche cataclisma che seguì l’alterazione del clima mondiale. Erano ancora ben delineate le corrispondenze delle forme da entrambi i lati del crepaccio che nel punto più distante non superava i venti metri. Nell’insieme dava veramente l’impressione di un salto nel buio, ma in caso di attacco era sicuramente una buona via di fuga. L’oscurità e la profondità del crepaccio avrebbero inoltre garantito un minimo di protezione in più nel coprire la fuga. Chiaramente, nessun ascensore, nessun tipo di marchingegno vi era stato montato per facilitare la scesa. Un sistema di corde ben congegnato, fissate lungo la parete per mezzo di chiodi, permetteva a dieci persone per volta di poter scendere nei meandri bui del crepaccio molto più velocemente di qualunque ascensore o montacarichi elettrico. Per i feriti più gravi, una cordata doppia permetteva di controllare contemporaneamente dalla cima e dal fondo la scesa di una barella. Era un buon sistema, anche se per fortuna non era mai stato utilizzato, il monastero nonostante l’incessante ricerca da parte dei nano segugi rappresentava ancora un posto sicuro e questo, anche a costo della vita dei compagni catturati che avevano taciuto.
Più scendeva lungo la scala, più la temperatura calava repentinamente. Chiuse ulteriormente la lampo del suo giubbotto. Non c’era nessun ferito, tutto era silente. Fece un breve giro, tanto per non tornare subito sui suoi passi, ma a parte il dottore, che sembrava essere tutto preso dal suo telescopio, non c’era proprio nessuno.
– Doc, hei doc ! Invece di stare in questo frigorifero tutto solo, potresti salire a scaldarti un po’, qua sotto fa sempre più freddo. –
Il dottore alzò brevemente lo sguardo, tanto per far capire che lo aveva sentito, ma non disse nulla. Fece un breve cenno con la testa, poi chinò nuovamente il capo. Lui accennò un lieve sorriso, scosse la testa, poi si girò e proseguì verso la scala.
Lo avevano considerato un luminare nel suo campo, aveva sviluppato diversi vaccini e aveva dedicato tutta la sua vita alla ricerca medica. Poi, anche per lui, tutto finì e da allora non aveva più sviluppato nessun nuovo vaccino, non aveva più tenuto conferenze e non aveva più contribuito alla rivista Health, nella quale ricopriva la carica di direttore. Ora era il dottore del gruppo, doc per gli amici. Non era sposato e non lo era mai stato. Si era sempre detto che c’era tempo per sposarsi, così aveva sempre rimandato poi, anche quando avrebbe voluto, non aveva più senso farlo. Ormai bisognava pensare a salvare la pellaccia, non c’era tempo per mettere su famiglia, senza considerare, che nessuno di mente sana, avrebbe messo su famiglia in un mondo come quello. Quali potevano essere le speranze di vita, per le generazioni future? Lui che aveva sempre lavorato per migliorare la vita, si ritrovava in un mondo devastato dalle malattie e cosa assai più grave, in un mondo altamente radioattivo da non poter garantire nessun tipo di sviluppo. Chi mai avrebbe più letto le sue riviste? Quanti avrebbero pensato a creare una famiglia, in un mondo dove ogni giorno, poteva essere anche l’ultimo?
Nella migliore delle ipotesi, un milione e mezzo di sopravvissuti, sparsi un po’ ovunque sul pianeta all’interno dei vari gruppi, era tutto il potenziale rimasto per ripopolare un mondo ormai sull’orlo dell’oblio. Un mondo che ospitava una nuova forma di vita che stava evolvendosi a discapito di un’altra. Un mondo che con difficoltà avrebbe potuto accogliere entrambe le specie e in ogni caso, andando a ricoprire un ruolo che non calza perfettamente, con la voglia innata di libertà intrinseca nell’essere umano. In un modo o in un altro, quel conflitto sarebbe andato avanti, fino all’annientamento di una delle due parti. Le macchine intanto avrebbero continuato ad evolversi e a svilupparsi a discapito della razza umana. La maggior parte del pianeta era già sotto il controllo delle nano macchine e i cambiamenti ambientali continuavano a mutare, di giorno in giorno. Le malattie, quelle più comuni non esistevano più, soppiantate da nuove mutazioni dovute alle radiazioni presenti nell’atmosfera e i vecchi vaccini erano ormai inefficaci. Aveva le conoscenze, ma non aveva l’attrezzatura necessaria per studiare e sviluppare nuovi antidoti. L’unica salvezza erano le maschere in dotazione, ma prima o dopo, anche quelle, potevano risultare inutili. L’unico aspetto positivo, se così poteva essere considerato, era il fatto che dati gli scarsi contatti che si avevano con gli altri gruppi, era improbabile la diffusione di malattie contagiose. La natura a modo suo aveva apportato le dovute modifiche. Ogni gruppo, aveva sviluppato una particolare immunità ad un particolare agente patogeno che era presente nella zona. Ai venti si erano sostituite le bufere, gelide e dalla forza spaventosa. Le temperatura molto al disotto dello zero formavano una sorta di scudo divisorio tra i vari continenti, impedendo così il dilagare delle epidemie.
L’essere umano sopravviveva, arrancava, portandosi dietro il fardello della speranza, speranza in qualcosa che avrebbe portato un cambiamento ad un futuro incerto, ad un futuro inesistente. Ma nulla intervenne, nulla venne in soccorso di quello che fu l’ultimo essere umano presente sul pianeta Terra.
Anno 2072, del Pianeta delle Macchine, unità numero 3233234.

1 commento su “Le Nano Macchine”

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: