Normaldeide Cap.4

IV

Era di nuovo in macchina, diretto verso il blocco B32.
I giorni non passavano troppo in fretta a differenza delle preoccupazioni che quella particolare situazione stava creando. Troppe cose necessitavano molto più di una risposta e la necessità di aggiornare l’organizzazione era ormai più che un bisogno. La sera precedente in un breve incontro, aveva presentato e discusso le sue nuove preoccupazioni, idee e su come intendeva procedere. L’unica cosa che intenzionalmente aveva omesso era l’incontro che aveva avuto con il suo vecchio amico. Un piccolo accenno sulla marcatura elettronica e che avrebbe trovato un modo per aggirarla. Così facendo si era preso del tempo, una cosa che odiava era correre con il fiato sul collo, lo rendeva nervoso. In ogni caso quello sarebbe stato il giorno giusto per prendere delle decisioni importanti.
Parcheggiò e dopo aver passato la marcatura elettronica si diresse verso il suo reparto.
Sapeva che le ricerche top secret, venivano effettuate nei piani inferiori al suo. Doveva scendere almeno quindici piani e fino all’ora, l’unica via possibile sembrava essere l’ascensore. Non aveva ancora i progetti di costruzione, ma non voleva perdere tempo. Riuscire a salire dall’atrio era impossibile, troppe guardie e a tutte le ore, per non parlare del sistema di video sorveglianza. Poteva chiedere di essere trasferito ad un altro reparto, ma in ogni caso, la destinazione non era una scelta e le probabilità che, la destinazione avrebbe soddisfatto le sue esigenze erano minime. Essere ammesso ai livelli inferiori era praticamente impossibile. Venivano portate aventi ricerche da team di esperti selezionatissimi e che, difficilmente sostituivano.
L’unico punto in suo favore fino a quel momento, era quello sottolineato dal suo amico, il fatto che non sapevano chi fosse realmente e fino ad allora sembrava essere anche la sola speranza di riuscita. Aveva sistemato in un luogo sicuro, il congegno per eludere il marcatore, in ogni caso quel giorno non gli sarebbe servito a niente inoltre era ancora valida la scusa del “nuovo arrivato”, per giustificare parte del suo girovagare, anche se era riuscito, quasi sempre a far combaciare lavoro e girovagare.
Il suo ufficio non era molto lontano dall’ascensore, dodici laboratori lo separavano di cui uno o due inaccessibili, se non per impronta digitale. C’era la sala delle riunioni, quella più vicina all’ascensore, inoltre era poco frequentata, unico neo, il sistema di sorveglianza molto intenso in quell’area, anche se non aveva ancora verificato del tutto, l’esistenza di punti morti sempre che ce ne fossero.
Nel frattempo, dall’altra parte del pianeta.
– Le conseguenze se perdessimo il controllo, sarebbero devastanti. Il fattore di mutazione è in crescita esponenziale. Prima di proseguire dobbiamo trovare un retrovirus, in grado di annientarlo, muta troppo velocemente e può diventare instabile. Così come stanno le cose, non possiamo assolutamente, rischiare un contagio. Sarebbe la fine. Sottolineo in ogni caso la necessità di alzare il livello d’emergenza. –
– Senta dottore, io mi occupo di finanza, il suo compito è quello di trovare un retrovirus, il modo di controllarlo, non lo so è compito suo, ma accidenti lo faccia. Sa quanto costa portare avanti queste ricerche? I finanziatori vogliono delle risposte e non dei ritardi.–
– Qui non stiamo giocando, abbiamo a che fare con un virus molto potente. Serve tempo, cosa credono? Devono aspettare, senza retrovirus, no, non se ne parla. Sarebbe una catastrofe ancora più devastante del R.N.A –
Senta. Hanno già un resoconto dettagliato delle ultime ricerche. Ora però, prima di proseguire dobbiamo capire come muta e quali sono le condizioni che lo portano a mutare. Fatto questo dobbiamo realizzare un retrovirus per poterlo controllare. Solo allora avremmo l’arma perfetta. E’ aereo e viene facilmente scambiato per un normalissimo raffreddore, ma per il momento è solo un pericolo. –

Intanto nel blocco B32.
– C’era da aspettarselo, altro che laboratori segreti. – pensava
Più che una voce di corridoio, era riuscito a carpire qualche parola che non era destinata alle sue orecchie. Il tutto era avvenuto in sala mensa, mentre prendeva un caffè, il capo area e il direttore della sicurezza stavano parlando per i fatti loro, uno dei due doveva aver alzato la voce, quel tanto da raggiungere le sue orecchie. Non aveva sentito molto, qualcosa riguardo il sesto piano e dei ritardi. Quello che aveva attirato la sua attenzione, era stata una frase, “black night”, anche se non aveva la ben che minima idea di cosa fosse. Forse non era nulla, per quel che ne sapeva, poteva essere il nome di un progetto, il nome di un file, una parola d’ordine, una password, poteva essere qualsiasi cosa, forse di nessun valore, ai fini della sua ricerca. In ogni caso era l’unica cosa che che aveva attirato la sua attenzione. Poteva essere un inizio, doveva indagare.
Lo separavano sedici piani e non aveva ancora trovato in che modo arrivarci, se considerava il sesto piano come suo obiettivo. Non restava che trovare un modo di scendere senza dare troppo nell’occhio.
Procedeva lungo il corridoio, volgendo lo sguardo di tanto in tanto verso il blocco per gli appunti che, si era portato tanto per l’apparenza. Camminava e osservava, con lo sguardo di chi è nuovo, mentre la sua mente continuava a rimuginare, in che modo poteva raggiungere il sesto piano. Di una cosa era certo, sia il capo area, così come per il direttore della sorveglianza, non avevano un ufficio in quel piano. C’erano per lo più laboratori e stanze di controllo, qualche ufficio, ma niente di più. Il resto degli spazi erano, magazzini e stipi per materiale di ogni genere. Inoltre, cosa molto importante, anche loro avevano una mensa quindi che ci facevano in quel piano?
Molto probabilmente stava cercando qualcosa che non c’era, forse l’unico modo era proprio quello di usare l’ascensore. La cosa era ancora più complicata del previsto. In pratica era come cercare di uscire, da una cassaforte chiusa dal di fuori. Scosse leggermente la testa.
Gli ascensori erano collegati al sistema di marcatura, limitando così i piani dov’era possibile accedere. Il congegno che aveva rimediato trasmetteva solo una posizione diversa, mentre a lui serviva un codice di marcatura che gli garantisse libero accesso nei diversi settori e una cosa del genere poteva essere fatta solo dalla sala controllo. Nessun terminale esterno alla sala controllo era collegato direttamente con il computer centrale della sicurezza. Non rimaneva che entrare in sala controllo ed operare direttamente le dovute modifiche. Più facile a dirsi che a farsi, la sala controllo era sorvegliatissima, rappresentava il centro nevralgico dell’intera struttura. La maggior parte dei laboratori presenti in quel settore erano a rischio biologico, nulla doveva entrare e nulla doveva uscire. Il sistema di sorveglianza era avanzatissimo e completamente autonomo dal resto dei sistemi. La sala controllo era alimentata da un secondo reattore nucleare. Costruita duecento metri sotto terra e circondata da pareti di cemento armato, e senza “invito”, era praticamente impossibile accedervi. Sempre più difficile. Nonostante tutto, doveva modificare i permessi della sua marcatura elettronica.
All’esterno del blocco B32.
Era stato raddoppiato il numero delle guardie e i posti di blocco erano stati intensificati, stavano preparandosi al corteo di manifestanti che si avvicinava lungo la strada principale. Il blocco B32 non rappresentava la motivazione del corteo, ma la direzione si era raccomandata di mantenere l’ordine e la sicurezza all’ingresso della struttura a qualunque costo. Le truppe della Federazione erano state intensificate. I militari avevano formato diverse file di uomini armati lungo tutta la facciata dell’ingresso. Mentre i gruppi anti sommossa della polizia, smilitarizzava quel tono, offensivo difensivo dei militari.
Era un fiume di gente che saliva lungo la Boulevard Road, incitando canti e cori contro il “sistema”. Rappresentavano la maggioranza del popolo, e combattevano contro il precariato. Lo facevano ormai da anni, ma non erano mai riusciti a farsi ascoltare da nessuno. Li lasciavano manifestare, li lasciavano sfogare, tanto poi, il sistema in ogni caso li avrebbe nuovamente ricontrollati senza nessun problema. Sarebbe bastato qualche colloquio ben organizzato e una parvenza di interesse al problema, per ottenere altri dieci anni di paziente attesa, ma in fondo non cambiava nulla. In compenso ravvivavano con colori sgargianti l’intero percorso e per un po’, si viveva un’aria da rivoluzione, rivoluzione che ovviamente non si sarebbe mai fatta.
Delle volte, più gruppi manifestanti avevano unito le proprie cause riuscendo, per numero di partecipanti, a fare notizia, ma era solo un momento di gloria e niente più.
Ci sono i verdi, i gialli, i rossi, i marroni, i turchini e tutti dicono la loro, ma nessuno che dice una cosa per tutti. Stanno li che strillano e il “sistema” li bastona. Comunque era un fatto del giorno, come tanti altri. Quel giorno infatti, erano previste altre manifestazioni e per alcune, se ne prevedevano già problemi e conseguenze che avrebbero ravvivato la cronaca per qualche giorno, sicuramente legati agli atti di vandalismo che alcuni gruppi si sarebbero tralasciati alle spalle. Qualche arresto, qualcuno all’ospedale con qualche osso rotto, ma alla fine si ridurrà tutto in un rissa tra le forze dell’ordine, che difendono il “sistema” e i più rivoltosi.
Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima.
Il “sistema” cercava di controllare, ormai da tempo, la mentalità di molti, attraverso quotidiani e mezzi televisivi. La televisione rimaneva uno dei più grandi business di tutti i tempi. Gli spazi pubblicitari avevano sostituito gran parte dei vecchi programmi televisivi, ma gli ascoltatori erano comunque milioni, tante persone avevano bisogno di riferimenti, punti dove poter apprendere cosa è giusto e cosa non lo è, cosa comprare e cosa no, tante menti da indottrinare.
Mode e tecnologie pilotate. Più mode e più tecnologie supportate da un progressivo aumento dei costi, che gravava sui stipendi inalterati della maggior parte della popolazione. Queste erano per lo più le principali motivazioni che continuavano ad animare le manifestazioni di protesta.
Ma le persone in fondo non cambiano, i manifestanti continuavano a manifestare e le forze dell’ordine a bastonare.
Qualche settimana prima, la manifestazione degli ambientalisti sulle mutazioni del clima, sul surriscaldamento del pianeta, sul consumo degli idrocarburi, il disboscamento e tutte le relative conseguenze per la vita, più un’infinità di soluzioni che sarebbero state adottate per migliorare la situazione, chiudeva una lunga campagna pre-elettorale, come tutte, dagli esiti molto incerti.
Era un giorno normalissimo, quando tutto finì.

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