Il Nuovo Mondo


I

Da come erano andate le cose non c’era da stupirsi se il resto della giornata nascondeva ancora delle insidie, dei problemi inaspettati che avrebbero sicuramente apportato altro ritardo alle operazioni. Nonostante i controlli negli ultimi giorni erano stati intensificati a tal punto che l’aria e la tensione che si respirava era da legge marziale, qualcuno o forse più di uno, era riuscito ancora una volta a ritardare la procedura. I gruppi rivoluzionari dovevano essersi impegnati molto per osare tanto e riuscire a sabotare nuovamente il processo di purificazione. Ogni ritardo apportato poteva costare la vita a migliaia di persone, ma questo sembrava essere un problema secondario, privo di importanza. Ogni ulteriore ritardo dava modo al virus di modificare e adattarsi ai nuovi retrovirus, tanto da raggiungere un livello di mutazione tale da renderlo inattaccabile a qualsiasi vaccino. I rivoluzionari conoscevano bene i pericoli ma nonostante tutto continuavano a sabotare, anche con azioni suicide, la procedura di decontaminazione e tutto questo andava avanti ormai da più di due anni, da quando era stato proclamato lo stato d’allarme e le truppe regolari della Federazione avevano sostituito la polizia locale. Gli attacchi e i sabotaggi si erano intensificati sempre di più a tal punto che era stata proclamata la legge marziale e chiunque veniva sorpreso in piccole assemblee non autorizzate o proclamare messaggi ritenuti sovversivi veniva preso e portato via con la forza e di loro nessuno aveva più notizie. Che fine facessero le persone arrestate nessuno lo sapeva, ma le dicerie che si erano venute a creare, con il passare del tempo, erano tante, alcune talmente orrende che per molti era diventato un incubo il solo uscire di casa, per paura di essere accusati di far parte di qualche gruppo giudicato sospetto. La vita per molti era cambiata radicalmente e per alcuni, per i più sovversivi, per i più decisi, era stata del tutto stata sostituita da un vero e proprio codice militare. Da tempo ormai, alcuni gruppi più tenaci e motivati si erano distaccati completamente dalla vita sociale, normale, comune a gran parte della popolazione e avevano fondato un movimento rivoluzionario in piena regola con regole e leggi severissime, per coloro che ne facevano parte. Abbandonare il gruppo, era un’idea malsana il solo pensarlo. I contatti con le persone più influenti, i luoghi di raduno, di addestramento e di rifornimento erano protetti utilizzando i più sofisticati mezzi a disposizione. La Federazione era un nemico temibile sotto molti aspetti. Qualsiasi informazione era da considerarsi segreta e come tale doveva restare, fino alla morte. Ne giudici, ne giurati solo il boia poteva ridare loro la libertà. La fucilazione non era frequente, ma chi tradiva o cercava di scappare veniva preso e giustiziato sul posto senza troppi preamboli giudiziari.
Questo stato di cose portò ben presto ad una vera e propria divisione dell’intero pianeta, la Coalizione del Nord da una parte e dall’altra una miriade di gruppi sovversivi o rivoluzionari più o meno organizzati e tutti controllati da un nucleo centrale costituito da un numero non precisato di persone le quali ricoprivano cariche di responsabilità più o meno importanti all’interno dello stato sovrano. L’identità di queste persone, data la loro importanza era nota solo a pochissimi membri del nucleo centrale. Era talmente segreta la loro identità che le stesse persone che lavoravano a contatto stretto tra di loro ne ignoravano completamente i loro ruolo e la loro rilevanza all’interno dell’organizzazione o del gruppo. Questo stato di cose non faceva che aumentare il grado di segretezza e di distacco che ogni singolo membro era tenuto a rispettare per non compromettere la propria posizione ed identità. Tutte le decisioni venivano prese dal nucleo centrale, gli attacchi così come i membri che ne dovevano fare parte erano decisi nella massima segretezza. Le riunioni venivano svolte ogni volta in posti diversi e nessuno mai sapeva quando queste riunioni avevano luogo. L’ordine arrivava e basta.
Erano bastati due anni.
Tra la confusione di chi sapeva ma non sapeva, di chi pensava ma non aveva la certezza, si era sviluppata una seconda vita, la consapevolezza stessa dell’esistenza di un mondo totalmente opposto, integrato perfettamente, invisibile all’interno della stessa società, aveva sostituito la spontaneità con uno stato di quiete forzata, non naturale.
Due anni perché l’oblio stendesse completamente la sua mano, poi . .
L’intero edificio fu scosso dalle fondamenta fino all’ultimo piano con la violenza di un terremoto dagli effetti devastanti. Ogni lampada libera da vincoli fissi ancora ondulava vistosamente e il rumore dei vetri in frantumi ancora echeggiava nelle orecchie di tutti. Occhi sgranati, nascosti nel buio dei ripari di fortuna ancora emanavano orrore e sgomento e la sensazione di impotenza non aveva ancora abbandonato i superstiti quando la sirena iniziò il suo fragore. Le luci di emergenza avevano sostituito il buio, il grigiore e una luce gialla non troppo intensa offriva la minima visibilità, quel tanto da illuminare le vie di fuga, dove una miriade di persone si erano già accalcate per cercare una via di salvezza.
Allarme di primo livello. Dirigersi verso le vie di fuga mantenendo la massima calma. Non accalcatevi, non spingete chi vi precede e aspettate con calma il vostro turno. – la voce registrata emanata dagli altoparlanti riempiva ogni angolo e ogni piano dell’edificio, mentre il fragore di voci e lamenti contribuiva ad aumentare il senso di smarrimento per coloro che erano in attesa dei soccorsi.
Nonostante avessero apportato nel corso del tempo modifiche al piano di evacuazione e nonostante le ripetute esercitazioni, la realtà rimaneva di gran lunga assai più spaventosa di qualsiasi anticipazione mentale. Per molti, per i meno fortunati la sorte aveva girato loro le spalle, nel fragore della fuga i corpi straziati da oggetti pesanti, da frammenti di ogni genere vincolavano il percorso di fuga. Alcuni tra i più forti, quelli con i nervi più saldi riuscivano a passare senza farsi coinvolgere più del necessario, ma per molti l’orrore aveva assalito ogni senso e la volontà aveva cessato di operare e l’unica cosa che potevano fare era quello di stare seduti o inginocchiati con gli occhi sgranati, persi nel nulla, inorriditi da quelle scene di terrore e panico. Lo sgomento iniziale aveva lasciato spazio allo sfogo più infantile e le lacrime dei più impressionabili sbiadivano le gocce di sangue che un po’ ovunque macchiavano il pavimento. Quella che sembrava essere una giornata tipica si era trasformata in un vero e proprio inferno. Per molti la perdita di amici e parenti stava diventando sempre più una triste realtà e per il resto la speranza di una tregua, di una vita più tranquilla si era affievolita pesantemente, improvvisamente.
Maledetti !! maledetti ribelli. Non capiscono che così facendo ci condanneranno tutti a morte. Nessuno si salverà se il virus raggiunge uno stato di mutazione incontrollabile. Come fanno a non considerare che un’azione del genere non può che influenzare la vita dell’intero pianeta? Che razza di sconsiderato può ordinare un attacco del genere e con che crudeltà, verso coloro che cercano solamente di fare il proprio lavoro per la salvezza di tutti. Sono dei vigliacchi e meritano tutti una punizione esemplare ! –
Tra i molteplici lamenti, grida, urla di dolore che echeggiavano come i fulmini in una tempesta, qualcuno aveva la forza di urlare la propria rabbia verso coloro che avevano osato tanto.
Un po’ ovunque i cartellini di riconoscimento erano sparsi come coriandoli lungo i corridoi. Erano visibili i colori di riconoscimento in base al livello di sicurezza e grado di specializzazione. Quelli delle grandi menti, biologi e ingegneri di genetica erano sparsi insieme a quelli dei semplici tecnici, dottori e infermieri senza rispettare nessuna distinzione. Travolti dalla tragedia e dall’orrore gli uni si erano lasciati andare come gli altri e nella frenesia di salvarsi, la classe e il portamento avevano lasciato spazio agli istinti più animali e meschini. In alcune zone del corridoio dove macchinari e carrelli erano stati abbandonati in maniera disordinata le persone erano accalcate con maggior disordine. Si spingevano e si calpestavano pur di uscire e per quelli la cui sorte era stata benevola in un primo momento, non era riuscita altrettanto nella calca senza controllo di quella massa di persone fuori controllo.
Erano passati alcuni minuti, difficile dirlo con esattezza, visto che tutti i terminali video sospesi erano spenti e un odore intenso di circuito bruciato e fumo rendeva difficile respirare senza nessuna smorfia di disgusto, mentre l’odore del sangue contribuiva ad aumentare quel tanfo nauseabondo. Lungo il corridoio, lungo le scale, le impronte disordinate e confuse delle scarpe protettive e sporche di sangue lasciavano ben sperare che molti si erano salvati. Nella confusione e nella foga di coloro che fuggivano verso l’uscita, le squadre di soccorso, subito allertate dall’allarme non poterono portare soccorso ai più gravi. Era come cercare di andare contro corrente in un fiume in piena e per molti feriti quei minuti dovevano sembrare ore interminabili. Tra i superstiti, coloro con i nervi d’acciaio e il sangue freddo, erano riusciti a trovare il giusto spirito, la giusta calma e senza lasciarsi andare a isterismi, avevano mantenuto il controllo aiutando i più disperati. Ma non erano che la minoranza, troppo pochi per tutti i feriti e per molti la morte li prese lentamente, tra sofferenze e lamenti strazianti. Dove l’esplosione non era riuscita, la frenesia e la paura avevano mietuto la maggior parte delle vittime.
Erano ancora attive le luci di emergenza anche se di tanto in tanto la luce andava e veniva e alcune volte tremolava. Con molta probabilità l’ordigno esplosivo doveva aver distrutto la zona inferiore dell’edificio, giù nel sottosuolo dove risiedevano i potenti generatori di corrente che alimentavano l’intera struttura. Le vibrazioni poi si erano propagate per tutto l’edificio come i brividi lungo la schiena e infine la paura aveva fatto il resto. Con molta probabilità coloro che avevano progettato il sabotaggio non avevano preso in considerazione le conseguenze che la paura avrebbe scatenato e anche se al piano inferiore il personale era ridottissimo, giusto qualche tecnico, le vittime ora si contavano a decine. In nessun sabotaggio fino ad ora c’erano state così tante vittime. In ogni caso da qualsiasi angolazione la si osservava era un’azione del tutto deprecabile, un gesto che sarebbe rimasto nella memoria di molti e per molto tempo.
Era piegato su un ferito mentre con la mano e con l’aiuto di una benda di fortuna ottenuta strappando un lembo del camice cercava di arrestare l’emorragia. Le vibrazioni dell’esplosione o la ressa delle persone in fuga dovevano averlo spinto violentemente contro la vetrata del laboratorio mandandola in frantumi, un grosso pezzo di vetro aveva reciso la vena aorta del collo e il sangue fuoriusciva come l’acqua da una sorgente.
Ehi !! ehi !! guardami.. non svenire, cerca di farti forza, i soccorsi stanno arrivando. Devi cercare di non svenire. Resisti –
Lo osservava fisso negli occhi, mentre con la mano cercava di impedire il più possibile la fuoriuscita del sangue. Gli occhi erano segnati dalla paura, lo sguardo attonito alcune volte era perso nel nulla altre sembrava implorare aiuto, ma lui era impotente e l’unica cosa che poteva fare era impedire la fuoriuscita del sangue mentre cercava con le parole di infondergli forza e coraggio.
Forse questa volta qualche simpatizzante avrà da ridire. I sovversivi non avevano mai ferito o ucciso così tante persone e mai tra i civili. Questa volta la cosa non finirà tanto in fretta, l’hanno fatta grossa. La Coalizione sfrutterà a fondo questa storia e alla fine ne uscirà con maggior potere e più libertà di movimento. – pensò tra se.
È una bella ferita ma te la caverai stai tranquillo. Tra qualche minuto arrivano i soccorsi vedrai ce la farai non temere ma stai calmo, stai calmo, più ti agiti più la ferita perde sangue. –
Dietro di lui non molto distante riconobbe il corpo di un suo amico. Era disteso in modo disordinato su un altro corpo, erano entrambi morti.
Che bastardi !! – esclamò con rabbia, poi rivolse lo sguardo verso il ferito.
Hai visto quanti feriti, tu sei stato fortunato. Se mi prometti di non agitarti io nel frattempo controllo se ci sono altre persone vive, altri feriti da soccorrere. – disse facendo cenno con la testa alla sue spalle.
Le porte erano aperte e fortunatamente non vi era nessun ferito, almeno a prima vista. Non era un laboratorio ma una sorta di ripostiglio pieno di scaffali contenenti flaconi e scatole di ogni genere ed ogni cosa era riversa sul pavimento, tutto era sotto sopra. Entrò facendosi largo tra la confusione, diede una rapida occhiata, spostò una paio di scaffali, ma ancora una volta per fortuna nessuno era rimasto intrappolato o ferito così usci velocemente dalla stanza diretto verso la porta successiva.
L’ordigno doveva essere stato molto potente. Lui si trovava al quindicesimo piano su un palazzo di trenta piani e visti i danni che aveva fatto, la devastazione nei piani inferiori doveva raggiungere livelli allucinanti. Quel palazzo era stato più volte nel centro del mirino dei rivoluzionari ma mai avevano arrecato tanta devastazione.
Si asciugò il sudore che gli colava dalla fronte con la manica del camice ormai ombrato da polvere e sangue. Ovunque posasse gli occhi se non c’erano detriti e sangue, c’era qualcuno che si lamentava. Alla sua destra, lungo il corridoio una parete completamente in vetro cemento era andata in frantumi. Trenta metri circa di corridoio e nemmeno un pezzo della parete era ancora in piedi, come se l’esplosione fosse avvenuta direttamente dietro la parete. Grossi pezzi di vetro cemento erano sparsi ovunque, tanto che in un paio di occasioni aveva rischiato di inciampare e cadere sui resti appuntiti. Gran parte della confusione era cessata segno evidente che le persone alla fine erano riuscite ad abbandonare il piano ed ora un po’ ovunque si aggiravano gli uomini delle squadre di soccorso con movimenti frenetici ma mirati. Al trambusto della confusione si era sostituita la confusione di barelle e inservienti che facevano avanti e indietro lungo tutto il corridoio. Su molte barelle era stato steso un lenzuolo bianco che lasciava intravedere solo le ruote che si facevano strada attraverso i detriti. Era disgustato e inorridito a tal punto che si senti mancare per qualche secondo. Si avvicinò ad una delle finestre i cui vetri in frantumi lasciavano spaziare la visuale all’esterno dell’edificio. Si affacciò vistosamente tirando un grosso respiro, poi si guardò intorno. Un’intera facciata alla sua destra era crollata e i laboratori privi di parete erano visibili lungo tutta l’altezza del palazzo. Sotto di lui una notevole quantità di persone si erano riversate sulla grande piazza proprio di fronte al palazzo. C’erano barelle, persone ferite distese al suolo, veicoli del pronto intervento, inservienti, medici e dove non c’era nessuno le macerie del crollo avevano sparso ovunque detriti e mobilia. Tutto intorno l’aria era ancora carica di polvere e pulviscolo e qualche detrito che di tanto in tanto ancora cadeva metteva in ulteriore allarme le persone sottostanti che freneticamente si scansavano per paura di essere colpiti. Il frastuono delle sirene delle ambulanze andava e veniva con ritmo incessante, mentre le luci blu della polizia e quelle gialle dei pompieri rendevano ancora più agghiacciante quei momenti di panico, paura e frenesia.
Pensare che stamattina si era detto che era una bella giornata, roba da non credere. Questa è una vera tragedia. Stavolta l’hanno fatta grossa. Come hanno potuto ! – esclamò a bassa voce mentre continuava a respirare profondamente.
Si guardò il camice, era tutto sporco, macchiato di sangue e polvere così se lo levò gettandolo alle sue spalle con un gesto di stizza poi allentò con le dita la stretta della cravatta che ormai era diventata insopportabile.
– Maledetti vigliacchi !! – urlò a squarcia gola dalla finestra.
Stava per tirare un altro profondo respiro quando una mano sulla spalla lo invitò a raggiungere l’uscita. Si guardò allora intorno cercando la figura di colui a cui aveva prestato soccorso ma non c’era più, molto probabilmente ora era insieme a tutti gli altri feriti. Volse allora ancora una volta lo sguardo verso il piazzale poi senza esitare si avviò.
Erano le dieci e trenta della mattina quando aveva raggiunto la piazza sottostante e dopo aver rifiutato di essere controllato dal personale di soccorso si diresse verso la sua macchina, vi entrò e dopo aver chiuso lo sportello con rabbia prese il cellulare.
Il telefono squillava, una, due e quasi verso il terzo squillo una voce dal tono agitato rispose alla chiamata.
Pronto !! pronto !! Dio ho temuto il peggio ! sto vedendo tutto in tv, pensavo ti fosse successo qualcosa. Come stai, come stai, stai bene, stai bene vero? –
Si. Sto bene tesoro, sto bene ! per fortuna. Qua è tutto sotto sopra, sembra una scena di guerra. I bambini . . dimmi i bambini?–
Un sospiro di sollievo riempì il suo orecchio.
Stanno giocando in giardino. Stanno bene, stanno bene. Ti prego vieni subito a casa. –
Tra un attimo, tra un attimo, faccio prima una telefonata. Ti amo – e attaccò il telefono.
Attese un paio di minuti poi selezionò un altro numero.
Squillò tanto a tal punto che stava per riattaccare, quando . .
Pronto ! –
Sono io. Hai saputo? Hai visto che avevo ragione ! hai visto che non dovevamo ! hai visto che non dovevamo ! – e agganciò, poi accese la macchina e si allontanò, lasciandosi alle spalle il frastuono dei soccorsi e delle sirene.
Aveva preso la statale 36 che lo avrebbe portato diretto a casa sua.
L’orologio della sua macchina segnava le undici, erano passati pochi minuti ma a lui sembrava aver viaggiato tutto il giorno. Parcheggiò nel vialetto di fronte il suo garage e scese dalla macchina. Non la chiuse. Si girò verso la sua sinistra e vide i bambini che giocavano tranquillamente con la nuova giostra, poco distante lo spruzzino dell’acqua stava annaffiando il giardino con movimenti ondulatori alternati.
Osservò i suoi figli e per qualche secondo invidiò la loro spensieratezza e la gioia disegnata sui loro volti. Erano troppo presi nel giocare che non l’avevano nemmeno visto e lui non aveva intensione di farsi vedere in quello stato, così si diresse verso la porta di casa con passo deciso, ma non troppo.
La porta era semi aperta e come fece per entrare due braccia gli si buttarono sul collo e lo afferrarono saldamente.
Sei arrivato finalmente ! ho temuto il peggio ! ho temuto per la tua vita ! Come ti senti, come ti senti? –
Sto bene, sto bene, non so nemmeno io come, ma sto bene, per fortuna . . . credo ! – I suoi occhi fissavano il nulla mentre la sua mente tornava ancora una volta su quelle scene di orrore, frastuono e disordine.
Molti non ce l’hanno fatta. Molti sono morti, una cosa allucinante, scene da brivido . . . scene da brivido ! –
Vieni. Vieni. Mettiti seduto e riposati un po’. Aspetta che ti porto qualcosa da bere, qualcosa di forte, ne hai bisogno. –
Si, grazie. Credo di averne bisogno sul serio. – rispose risoluto.
In cucina la televisione era accesa sul canale del notiziario. Le immagini trasmesse, i rumori delle sirene non lo aiutavano di certo a rilassarsi, mentre il cronista visibilmente turbato, cercava di commentare l’intera vicenda in diretta sul posto.
Puoi abbassare un po’ la televisione per favore ? – disse più che con la voce con il gesto della mano.
Era passata circa mezzora e aveva preso un solo sorso di cognac, era rimasto tutto il tempo con il bicchiere in mano e lo sguardo perso nel nulla. La moglie seduta vicino a lui non aveva pronunciato nemmeno una parola, si era limitata ad osservarlo. Poi il telefonino emanò l’avviso di messaggio ricevuto, allora appoggiò il bicchiere sul tavolo e diresse la mano verso il telefonino.
Lesse il messaggio, poi senza dire una parola si alzò e si diresse verso la camera da letto, aveva intenzione di farsi una doccia e poi sarebbe uscito. La moglie lo osservava sempre e lui sembrava aver ripreso parte della calma tanto che i movimenti si erano fatti più decisi.
Si fece una doccia e dopo aver salutato la moglie rassicurandola che sarebbe tornato prima di cena, uscì di casa.

Cap 2

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